La Notte Oscura dell’Anima

di San Giovanni della Croce

 

Giovanni della Croce è considerato uno dei maggiori poeti in lingua spagnola. Ciò che meglio definisce la sua poesia è l’intensità espressiva, grazie all’adattamento e all’equilibrio di ognuna delle immagini da lui adoperate. A ciò contribuisce anche la sua tendenza ad abbandonare il registro discorsivo, eliminando espressioni “neutre” per cercare costantemente una giustapposizione tra elementi poetici di grande plasticità.

Sebbene l’intero corpus delle sue poesie ammonti a non più di 2500 versi, due di esse – il Cantico spirituale e la Notte oscura dell’anima – sono considerate tra le migliori poesie in lingua spagnola, sia dal punto di vista formale e stilistico, che per l’immaginazione ed il simbolismo.

 

– Ph. Fabrizio Carotti –

L’influenza di Teresa d’Avilla

Giovanni fu conquistato dalla grande personalità di Teresa quando aveva appena 25 anni, allorché si entusiasmò alle sue grandi idee di riforma dell’ordine carmelitano, secondo un programma di rinnovamento spirituale.

Estasi di Santa Teresa

La tradizione mistica a cui si ispira è quella carmelitana di Teresa d’Avila, cui poi si aggiunge l’interpretazione personale da parte di Giovanni della Croce.
La mistica di Teresa d’Avila è molto più la mistica del corpo, del delirare di un’intelligenza che non ha neanche gli strumenti culturali per comprendere, per esprimere teologicamente quello che prova; è davvero una donna assolutamente geniale, che capisce che il rapporto con Dio – e quindi l’esperienza esistenziale e fisica della fede – è qualcosa che sfugge a qualsiasi regola e quindi a qualsiasi tentativo di inquadramento all’interno di tradizioni, di saperi teologici, di valutazioni dei suoi confessori.

Il termine: Notte Oscura dell’Anima

Il termine notte oscura non è inventato da Giovanni, tuttavia fu Giovanni della Croce ad attribuirgli quel valore centrale che ne fa l’espressione sintetica dell’esperienza mistica.
Su di essa ci sono vari fraintendimenti, il più frequente dei quali è quello di identificare notte oscura con sofferenza e nient’altro, senza tener presente che l’espressione si riferisce invece a tutti i momenti dell’esperienza e quindi anche a quello culminante, quando diventa “notte pacifica, abissale e oscura intelligenza divina” 3, allorché l’anima si unisce a Dio “trasformata dall’amore”. Ma essa è notte, oltre tutto ciò, anche perché è il luogo dove agisce la fede, che procede nell’oscurità, cioè nella non conoscenza dell’obiettivo finale. Inoltre questa notte ha due modalità, che sono l’attiva e la passiva, la prima fatta di opportuni sforzi da parte dell’interessato, la seconda data per grazia.

Si tratta dunque di una progressiva trasformazione, che è una purificazione del soggetto, il quale perde uno dopo l’altro i suoi attaccamenti ai sensi e alle facoltà psichiche (intelletto, immaginazione e desiderio). Questa trasformazione purificante è di notevole interesse psicologico, perché il suo punto di partenza, sul quale poi si basa tutto il successivo sviluppo, consiste nel pratico riconoscimento che ogni desiderio è ingannevole, nel senso che nemmeno il desiderio realizzato riesce mai ad essere completamene o definitivamente appagante.

Il graduale raggiungimento di questa basilare convinzione (così contraria al comune sentire) determina quella che sopra chiamavamo ‘purificazione passiva’. Si tratta di un processo doloroso, in cui gli oggetti del desiderio perdono progressivamente significato, rivelando la loro sostanziale insoddisfacenza (è quello che nel buddhismo va sotto il nome di ‘prima nobile verità’ o riconoscimento di dukkha, la sofferenza universale).

Dall’analisi accurata che l’autore fa di tutte le illusioni e gli errori in cui può cadere un principiante, si capisce che per Giovanni l’ultima illusione che deve cadere è quella che il cammino mistico possa diventare l’unico desiderio con promesse di appagamento, una volta che tutti gli altri si sono rivelati ingannevoli.

Anch’esso, il fine spirituale, deve quindi diventare una notte oscura, pena la sua fallacia; anch’esso deve deludere e non dare quello che all’inizio si sperava che desse. E proprio questo è il momento cruciale che è l’inizio della catarsi, il vero principio di un mutamento di rotta salvifico, perché solo in esso può generarsi la convinzione che tutte le attese sono fallaci e che l’unica realtà è il presente così com’è, nella sua nuda semplicità tranquillamente accettata, cioè contemplata con un semplice sguardo fiducioso-amoroso.
Nel momento della rinuncia a ogni vana speranza (una deleteria passione dell’anima la definisce Giovanni) si può gustare un’autentica pace, che sembra anche l’unica possibile, perché solo in essa si è finalmente in unità con la vita (e dunque con Dio).

 

Citazioni

“La buia notte dell’anima giunge prima della rivelazione. Quando tutto è perduto e tutto sembra tenebra allora compare la nuova vita recando tutto ciò che serve”

Joseph Campbell

“Non ci può essere rinascita senza una notte oscura dell’anima, un totale annientamento di tutto ciò che hai creduto e pensato di essere.”

(Hazrat Inayat Khan)

“La notte oscura dell’anima è un viaggio verso la luce, un percorso dall’oscurità verso la forza e le risorse nascoste dell’anima. Attraversare la notte oscura richiede dialogo interiore, contemplazione, preghiera, tempo trascorso in silenzio, e condivisione con chi comprende la natura profonda della trasformazione interiore…. è un viaggio per imparare a vedere il mondo da mistici attraverso una lente senza tempo che percepisce al di là della ragione”. (Carolin Myss)

Il Testo della Poesia

Traduzione e Prosa

Traduzione

In una notte oscura
Da furie d’amor arsa, ond’io languìa
O felice ventura!
Furtiva io me ne unscìa,
Però che mia magion ch[e^]ta dormìa.

2Al buio e ben sicura,
Per scala ignota, in altri panni avvolta,
O felice ventura!
E ad ogni sguardo tolta,
Nel sonno essendo mia magion sepolta.

3Nell’alma notte, in cui
Non altri rimirarmi, e non potea
Io rimirare altrui,
Sol per mia guida avea
Quella face gentil che ‘l cor m’ardea.

4Questa sol mi guidava,
Che più del sole a mezzo ‘l dì splendea,
Là, dove m’aspettava,
Quegli ch’io conoscea,
In parte dove alcun non si vedea.

5Notte, che mi guidasti,
Amabil più che il mattutino albore,
Notte, che trasformasti,
Con dolce alterno ardore,
Pur nell’Amato dell’Amata il core!

6Sul mio fiorito petto,
Che per Lui solo io custodito avea,
S’addormentò il Diletto,
Ed io vezzi a lui f[e^]a,
E sovra lieve un cedro i’ gli scotea.

7Quando poi l’aura errante
Ei sentì, che ‘l bel crin gli sc[o^]te e fende,
Con la sua mano amante,
M’impiaga, indi la stende,
Al collo, e tutti i sensi miei sospende.

8Sospesa in alto oblìo,
Sovra l’Amato allora il volto posai:
Sparir mie gioie, ed io
Sui fior mi abbandonai
Ove obl[i:]ato il bel pensier lasciai!

Prosa

1. In una notte oscura,
con ansie, dal mio amor tutta infiammata,
oh, sorte fortunata!,
uscii, né fui notata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

2. Al buio e più sicura,
per la segreta scala, travestita,
oh, sorte fortunata!,
al buio e ben celata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

3. Nella gioiosa notte,
in segreto, senza esser veduta,
senza veder cosa,
né altra luce o guida avea
fuor quella che in cuor miardea.

4. E questa mi guidava,
più sicura del sole a mezzogiorno,
là dove mi aspettavachi ben io conoscea,
in un luogo ove nessuno si vedea.

5. Notte che mi guidasti,
oh, notte più dell’alba compiacente!
Oh, notte che riunistil’Amato con l’amata,
amata nell’Amato trasformata!

6. Sul mio petto fiorito,
che intatto sol per lui tenea serbato,
là si posò addormentato
ed io lo accarezzavo,
e la chioma dei cedri ei ventilava.

7. La brezza d’alte cime,
allor che i suoi capelli discioglievo,
con la sua mano leggera
il collo mio feriva
e tutti i sensi mie in estasi rapiva.

8. Là giacqui, mi dimenticai,
il volto sull’Amato reclinai,
tutto finì e posai,
lasciando ogni pensier
tra i gigli perdersi obliato.

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